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Cena

I meridionali si sa mangiano tanto e bene ma soprattutto devono ingozzare chiunque gli si trovi a tiro!

Prendiamo per esempio un invito a cena:
A Milano:
Ti arriva un messaggio ICall con scritto: cena da me venerdì 25maggio dalle 20:00 alle 23:00 accetti?
il messaggio arriva con almeno due settimane di anticipo fino a sfiorare i due mesi prima.
Il giorno della cena arrivi a casa alle 19:55, la padrona di casa ti riceve come la Parodi presentatrice di cotto e mangiato: tutta in tiro e con i tacchi a spillo, perfetta, messa in piega e unghie lunghissime al ché già uno si domanda come avrà fatto a cucinare. L’unica cosa che la differenzia dagli altri commensali è la presenza di un grembiulino di hello kitty (perché Gucci in cucina non fa figo).
La tavola è lì attaccata al muro con sopra dei piatti una caraffa di acqua, delle olivine e dei pezzi di parmiggiano rigorosamente stecchinati (con ognuno il suo stuzzicadenti infilato). Non ci sono posti a sedere, la cena è all’impiedi e il menù prevede oltre all’aperitivo di parmigiano, olive, patatine san carlo e bicchiere di prosecco (perché ai milanesi piacciono le bollicine, ed ecco spiegato a chi cazzo vendono gli spumanti in italia), un risotto, un secondo di tendenza come il pollo al curry ed un’immancabile insalata, tutto naturalmente innaffiato da un buon vino rosso piemontese, .
Dolce e bon! cena finita per le 23:00 vai via contento leggero e dormirai sonni tranquilli.

A Napoli:
se la cena non è decisa all’ultimo momento in genere l’invito va dal giorno prima ad un massimo di 7 giorni prima. Non c’è un’orario ma generalmente si arriva verso le 9 di sera, arrivare prima significherebbe fare merenda.
Quando arrivi, e non arrivi mai solo c’è sempre un appuntamento sotto il palazzo per arrivare in massa, la padrona di casa ti apre ancora in tuta con un mantesino (perché il grembiulino a Napoli si chiama così) sporco, uno straccio sulla spalla ed un mestolo in mano che si scusa ma ha appena finito di cucinare (lei si cazzo che si vede cha ha cucinato! )
I commensali quindi restano insieme al marito di lei che in genere ha messo (apparecchiato) la tavola oppure non ha fatto un cazzo, a ridere e scherzare mentre la padrona si prepara, non sarà mai vestita figa perché dovrà essere comoda, la cena dovrà comunque continuare a cucinarla perché alcune cose sono fatte al momento.
La tavola è imbandita con il servizio buono, quello del matrimonio (perché noi al sud ci sposiamo), 2 bicchieri 3 piatti e tante posate che lasciano immaginare una serie di portate. L’aperitivo è lì su di un carrello in vetro fatto di olive, patatine san carlo e qualche tartina e vicino Cocacola (non manca mai) e vino Falanghina.
Verso (sempre verso mai alle, perché la puntualità è scostumatezza) le 10 Inizia la cena:
  • Aperitivo: misto di affettati, verdura marinata, mozzarellina di bufala, ricottina, alici marinate, fetta di rustico: vino Aglianico
  • Primo: Maccheroni al ragù (Aglianico)o pasta alla genovese (Aglianico)o spaghetti coi frutti di mare: vongole, lupini e fasulare (Falanghina)
  • Secondo: Frittura fatta al  momento  (all’italiana o di pesce o semplici ciurilli imbuttunati di ricotta), salsicce e friarielli, patatine fritte al forno, mozzarella di Vannulo e… qualcuno vuole un po’ di insalata? noo?
  • Terzo: nuovamente affettati e le fritture che continuano ad uscire (dalla cucina)
  • Frutta: mandarini, banane, percoche da mettere nel vino rosso
  • Dolce: torte fatta in casa, almeno due di cui una al cioccolato e una alla crema
  • Caffè: si caffè, anche se ormai è mezzanotte (le 00:00 milanesi) il caffè non si rifiuta, aiuta a digerire si dice da noi.
  • Ammazzacaffè: liquorini vari dal limoncello al meloncino, dall’amaro all’intruglio fatto in casa da qualche parente che ha la terra.
E quando tutti sono boccheggianti, incapaci di reagire, con i pantaloni sbottonati i padroni di casa.. “ma  come, avete lasciato tutte queste cose? ma che siete a dieta?” e via col paccotto più educatamente detto “bag for dog”.
E via alle 2 tutti verso casa distrutti, perché al sud l’ospite a cena si deve sentire male, s’adda scassa!!!


La neve – Nef

La neve è una di quelle cose che distingue nettamente il Milanese dal Napoletano.

La prima nevicata vissuta da un napoletano a Milano è un’esperienza unica ed indimenticabile grazie alla quale si ritorna bambini subito dopo aver aperto le finestre ed aver costatato che il balcone, la ringhiera, le strade e tutto quanto è bianco!
Mi ricordo ancora quando mi svegliai, aprii la finestra e tutto il balcone, il cortile i tetti e gli alberi erano bianchissimi! corsi allora nel salotto dove c’era il balcone che affacciava su strada e lì la vista di alberi e macchine completamente coperte di bianca soffice neve mi fecero regredire all’età non so di 9 anni?
Bisogna tener presente che per un napoletano neve significa Roccaraso un paesino abbastanza bruttino nell’abruzzo in cui tra palazzine anni 70 e asfalto una coltre bianca ricopre tutto, però è Roccaraso e li è normale ci sia la neve, è montagna è un paesino… ma trovarsi in una città nella normale quotidianità e vedere tutto imbiancato non ha eguali è un’emozione unica ed allora ecco che la rezione del Napoletano è sempre la stessa:
• Prima cosa prendere la digitale e fare foto a tutto!
• caricare le foto all’istante su facebook e taggare tutti gli amici terroni
• telefonare alla mamma (perché a Napoli si chiama A qualcuno!)per raccontarle e condividere con lei questo strano evento atmosferico.

• vestirsi con tuta da neve
• uscire!
Naturalmente tutto intorno acquista nuova luce, gioia, felicità si impadroniscono del cuore; non riesci a non fare palle di neve rischiando di ghiacciarti le mani. cammini vai sul tram guardi fuori continuando a mandare MMS agli amici terroni per renderli partecipe di questi momenti che stai vivendo e per far vedere com’è bello il duomo con la neve, gli alberi etc nonostante ai tuoi amici terroni non fotte una beata mazza di te, di Milano e di sta cazzo di neve.

Con grande equilibrismo, nonostante le scarpe rigorosamente non adatte (imparerai a comprare scarpe, vestiti adeguati solo in seguito), arrivi in ufficio e lì ti accorgi che sei l’unico sorridente: l’ufficio è semideserto, molti arriveranno in ritardo altri non verranno causa treni bloccati per ghiaccio, e quelli che sono in ufficio pregano incazzati che smetta di nevicare e si lamentano (più del solito visto che il milanese si lamenta di default) di tutti i disagi, di quanto è pessima la neve e come sia assurdo che una città come Milano si blocchi per due fiocchi. E tra i malumori di tutti tu rischi il linciaggio continuando a fare foto fuori la finestra sperando che nevichi per sempre!
Per fortuna che ci sono gli extracomunitari!

Nonostante Milano sia ormai la più grande città pugliese d’Italia e nonostante ormai la popolazione autoctona sia relegata nella provincia, l’uomo milanese non se ne capacita e crede ancora di essere l’unico avente diritto a vivere a Milano. Forse un retaggio degli austriaci forse un delirio di onnipotenza, fatto sta che il milanese è di per sè razzista dentro; è più forte di lui, buono, socievole affezionato ma… i terroni sono come un cancro per lui che si impadronisce dei suoi organi e non puo’ far a meno di detestarli anche quando li ama. Il maggior complimento verso un meridionale, si fa per dire, è “si ma tu non sembri un napoletano”… certo nel dopo guerra effettivamente è salito al nord il meglio del meglio, povera gente ignorante pronta a far tutto non sapendo far nulla ma forse, mi domando, se Milano oggi è Milano  forse è anche grazie a loro.
Certo spiegare oggi ad un milanese che le nuove ondate migratorie non sono più quelle degli anni 50 bensì sono fatte di laureati, professionisti, cervelli in fuga dal meridione che prima di lasciare l’Italia fanno l’ultimo tentativo al nord,  è cosa ardua perché il milanese detesta il napoletano! e per napoletano intende qualunque abitante a sud di Roma, non importa che sia siculo o calabro, sono tutti napoletani.
La cosa più divertente è che ormai i milanesi sono un po’ come gli indiani d’America, li abbiamo invasi, li abbiamo conquistati e li abbiamo relegati nelle loro riserve, una delle più note di queste riserve è la Brianza, ma loro non se  ne sono ancora accorti, in questo differiscono da quelli americani.
Purtroppo la colpa non è loro ma spesso dei media che danno l’immagine delle città del sud come Bronx nostrani dove bisogna girare con giubbotto antiproiettile come nel film “benvenuti al sud”, ma la colpa diciamolo è anche nostra, noi meridionali al sud facciamo di tutto affinché la brutta nominata non cessi di esistere e quelli di noi che salgono al Nord non fanno altro che assecondare le loro convinzioni perché non c’è peggior leghista di un meridionale trapiantato al nord.
Oggi però il termine terrone, nonostante sia sempre presente è stato un po’ messo in secondo piano, ha perso quella connotazione dispregiativa di un tempo e questo lo dobbiamo a chi adesso rappresenta il nuovo nemico, il nuovo cancro da estirpare: gli extracomunitari! quindi non ci tocca che ringraziarli, se oggi siamo saliti nella scala evolutiva del milanese, molto è grazie a loro!

LA METRO

La prima volta che ho preso la metro a Milano era la linea gialla, stazione Porta Romana in direzione Maciachini fermata Duomo, dopo la metropolitana parigina nessun’altra metro ti può spaventare!

Non appena scesi nella stazione sentì la Metro che stava arrivando e scattai in modo felino per non perdere il treno e doverne aspettare un altro! La corsa naturalmente fu inutile in quanto arrivai e mi si chiusero le porte in faccia e solo allora scoprii di dover aspettare ben.. 1 minuto e 30! COSA??? Un minuto e trenta? Ma è possibile? Io che sono abituato alla mia di metropolitana di nuovissima generazione talmente all’avanguardia che sono venuti da Londra a studiarla, l’unica metro che sale fino a 300 metri sul livello del mare, la 1° metropolitana Museo “contemporaneo” in Italia, la metro talmente avanti che l’attesa tra un treno e l’altro arriva a sfiorare i 13 minuti nelle ore non di punta dei giorni feriali!! Al cospetto 1 minuto è mezzo è nulla! E pensare che i milanesi si lamentano dei ritardi e dell’attesa, io che sono abituato ad aspettare normalmente almeno una decina di minuti la metro e anche 30 per un pulmànn.. sorry autobus in milanese!

La metro è tra quelle “cose” che più di ogni altra rende visibile piccole differenze tra sud e nord, per esempio le scale mobili, sono le stesse che si trovano a Napoli, della stessa larghezza eppure a Milano le persone fanno la fila indiana, uno dietro l’altro, per poter prendere comodamente la scala mobile senza muovere un muscolo ed altre hanno tutta la strada libera per poter correre velocemente verso.. (boh questo è uno dei grandi misteri meneghini) qualche cosa di urgente, lavoro.. dicono.

Stessa scena a Napoli, fermata piazza Vanvitelli (il corrispettivo della fermata Duomo di Milano) tutta la gente nel vagone tenta di uscire, dico tenta poiché la gente in attesa della metro non si dispone come si vorrebbe (come a Milano) a destra e sinistra bensì si pone al centro in una battaglia su chi sia il più forte, tu che vuoi uscire o loro che devono assolutamente guadagnare quel posto libero anche se questo significa impederti la via di fuga!

Ma tornando alla scala mobile, tutti sono lì accalcati  d’avanti la scala raggiunta il più velocemente possibile, dopo la corsa uno ci si aspetterebbe che tutti salgano di gran carriera ed invece, una volta saliti sullo scalino mobile, occupando in due l’intera larghezza, si fermano. Ed ecco che si crea un lungo fiume di persone immobili che si lascia trasportare impendendo a chi ne avesse voluto la voglia o la necessità, di poter velocemente raggiungere la cima.

Un’altra grande differenza è l’arrivo in metro: a Napoli la gente corre per entrare e non perdere la metro (una volta che arriva!),  una volta entrati ci si sposta da qualche parte lasciando libero il passaggio a chiunque voglia entrare e soprattutto ai maratoneti, o saltatori d’asta (e sono tanti) che arrivano correndo e con un ultimo balzo entrano in metro rischiando la chiusura delle porte che grazie all’aiuto di qualche gentile sconosciuto essa non avviene in quanto, anche se le porte tentano di chiudersi stai certo che qualcuno le blocca per farti entrare.

Stessa scena a Milano, e giuro che mi è capitato più volte, la gente entra e si ferma come “cepponi” davanti la soglia d’ingresso impendendo alle persone che stanno dietro di entrare agevolmente (ma a cosa penseranno?? E questo è un altro dei misteri meneghini a cui ancora non ho saputo dare una risposta).

Se mentre cerchi di entrare si stanno chiudendo le porte e tenti il saltello alla “napoletana” rischi di spiattellarti sulle porte chiuse poiché nessuno, mai, te le bloccherà per farti entrare; ma soprattutto chi te lo fa fare? Basta aspettare solo un minuto che arrivi la prossima!

La posta

Cavolo vorrei tanto trovare anche qualche aneddoto che porti in primo piano la superiorità partenopea, qualche cosa che possa dimostrare quanto siano avanti i miei compaesani rispetto ai nuovi vicini meneghini.. ma le uniche cose che mi vengono in mente sono purtroppo le differenze in positivo, trovate a Milano rispetto a giù, quindi per porre rimedio dirò che:

Napoli ha il mare e i panorami che qui a Milano si possono solo sognare ed è inutile andare sulla torre Branca non sarebbe la stessa cosa lo stesso.

Ho sempre odiato dover andare alla posta, non c’è cosa peggiore, punizione più dura che dover andare alla posta per fare qualunque cosa, anche pagare una semplice bolletta. Purtroppo vivendo a Milano non c’era più chi pagasse le bollette di casa (mamma, papà o la sua segretaria) quindi toccava a me o al mio coinquilino dover assolvere al penoso compito; poiché tra i due chi scendeva (o come si dice a Milano, usciva) di casa più tardi ero io, spettava a me andare alla famigerata posta!

Metto la sveglia la sera prima puntandola 30 minuti prima, calcolo la media di 40 minuti per risolvere tutto,  (siamo a Milano cavolo saranno più veloci di Napoli no? ) esco di casa alle 8 per andare a 20 metri alla posta in piazza Buozzi (così per le 10 massimo sono in ufficio, in ritardo ma accettabile), arrivo li davanti e cavolo è chiusa!! Dentro, infatti, non c’è nessuno eppure la saracinesca è alzata, provo ad entrare e scopro che è aperta, vado allo sportello e… miracolo dopo soli 45 secondi sono già fuori con la bolletta pagata!! Mi sembra un sogno, un piccolo angolo di paradiso di cui solo un Napoletano può godere, perché il milanese è troppo abituato che non si accorge della fortuna che ha a soli due passi da casa; andare alla posta non è più un incubo per me ormai.

Ma forse va detto, per chi non fosse partenopeo, come sarebbe andata la giornata se fossi andato alla mia posta a piazza degli Artisti 80128 .

Sarei sceso di casa (siamo a Napoli e a Napoli non si esce si scende!) alle 8, alle 8.10 sarei arrivato davanti alla posta e mi sarei messo in fila, una fila di un 20 o 30 minuti che porta al 1° traguardo: la colonnina del numerino, si perché la prima fila serve solo a prendere il numeretto. Dopo aver preso il numeretto, senza dover stare più in fila indiana avrei aspettato di raggiungere il 2° traguardo: lo sportello! Arrivato allo sportello dopo una media di 45 minuti ma a volte anche 1h30, se la signorina non decideva proprio in quel momento di fumarsi una sigaretta o prendere un caffè (una pausa che avviene alquanto spesso), avrei pagato la mia bolletta e sarei uscito trionfante e guardando l’orologio segnare le 9.15 avrei esclamato.. bhè solo 1h e 15.. poteva andarmi peggio!

L’aperitivo

Bhè Milano è la patria dell’aperitivo, del resto si dice Milano da bere non Napoli da bere!

Il rito dell’aperitivo è ancora un tratto distintivo che segna la differenza tra nord e sud, con uno stacco del centro che invece sembra avvicinarsi più al nord come Roma dove da poco ho fatto un ottimo aperitivo “Milano” mangiando a scrocco e bevendo qualche cosa.

A Milano l’aperitivo vuol dire Cena e per i meridionali come me significa mangiare “a gratìs!”

Alle 19 scatta l’ora dell’aperitivo e tutti i bar e i locali si trasformano in piccole mense da CLUB MED, tavole e banconi con tante leccornie e manicaretti pronti a sfamare decine e decine di ragazzi, ci trovi tutto dagli antipasti ai primi, dai secondi ai dessert e tutto al semplice costo di un 1 aperitivo (dai 5€ ai 10€ in base alla zona). Io che bazzico i navigli avendo abitato sin dall’inizio lungo l’asse che da porta romana porta a Ticinese mi sono abituato a ricchi buffet, essendo questa zona “giovane” e piena di studenti (grazie Bocconi!), e quando vado, forse oggi a distanza di un anno un po’ meno, il terrone che è in me si sveglia: devo provare tutto, mangiare ogni singola pietanza anche a costo di lasciarla nel piatto, devo mangiare mangiare mangiare, stare male ma non aver perso nulla, nulla di tutta quella roba regalata, gratis… come si dice “m’aggia scassà!”.

A volte mi chiedono in ufficio se anche a Napoli facciamo gli aperitivi… bhè a farli li facciamo, è una moda che ha preso piede solo da qualche anno ma c’è, solo che sono moooolto diversi da quelli meneghini.

Aperitivo a Napoli è sinonimo di un ultimo caffè prima di andare a casa, o un crodino, tutto rigorosamente analcolico, se prendi un cocktail o anche una semplice birra vieni guardato con stupore e disprezzo come l’ultimo o l’ennesimo alcolizzato da non frequentare.

Tutto è dovuto al clima, almeno questa è la spiegazione che mi sono dato, poiché a Napoli fa caldo nessuno beve prima delle 9 di sera, prima che rinfreschi e per questo chi beve già alle 19 bhè.. l’è un po’ ciucatùn.

Non parliamo del mangiare poi.. solo immaginarsi tanto ben di dio sui tavoli e i banconi di un bar di Napoli.. ci sarebbe l’assalto senza che nessuno prendesse nulla da bere, che consumasse pagando, mandando in fallimento subito il locale, per questo ci accontentiamo ancora di ricevere un paio di coppette di noccioline e patatine e una di olive… del resto noi abbiamo la pizza, l’aperitivo lasciamolo ai Milanesi!

Fare il Milanese

Come tutti i meridionali emigranti il richiamo alla terra natale non cessa mai di farsi sentire; inizialmente è un bisogno interiore che ci spinge a tornare tra le braccia di “mammà” per mangiare la cucina “verace” ritrovando i sapori veri della natura e per  abboffarsi di mozzarella, per inciso dicesi mozzarella quelle palle morbide di latte, che quando le tagli con la forchetta non esce la goccia come nelle palline plasticose che si vendono ai supermercati del Nord, ma un litro di siero!

Inoltre la mozzarella non si vende nei supermercati, quella serve per imbottitura o, almeno per me, come ottimo formaggio di mozzarellina memoria.

Questo bisogno fisico e mentale di tornare a casa, al sud, senza che ci si renda conto dura molto poco, dopo di che diventa quasi un obbligo, un piacere solo di rivedere amici e parenti che non potendo costringere, o non riuscendo a convincere, a portarli con noi nella civiltà, nel progresso, ci tocca scendere per godere della loro presenza e del loro affetto.

Le prime volte che si torna a casa c’è un’euforia, una felicità, vuoi raccontare tutto, dire le differenze come un astronauta dal ritorno su Marte; la mamma lì che quasi piange mentre ti ingozza come un piccolo suino, perché a Milano non mangi bene, mangi poco e ti stai deperendo (nonostante la bilancia dica esattamente il contrario!). Il sapore effettivamente è diverso, più intenso, più buono ma anche decisamente più pesante; sarà il tipo di pietanze, il modo di cucinare ma quando torno mi sento sempre di scoppiare.

Poi tocca agli amici, scendi per strada ritrovando quella piacevole confusione, quel musicale schiamazzo di urla e vociare, l’incessante bussare (premere il clacson) delle auto che ti fa sentire veramente a casa e sei felice che quasi ti viene il magone a pensare che solo 2 giorni massimo 3 e tornerai in quel di Milano.

Ma poi le cose cambiano, i ritorni diventano diversi spesso tristi, tristi per due motivi:

Il primo è che seppure per te il tempo giù si è fermato, scopri invece che per gli altri la vita è trascorsa velocemente e tu ne sei rimasto fuori, escluso, esistono gli affetti ma di fatto tu non sei più parte delle loro vite e questo credetemi è difficile da digerire.

2° motivo di dispiacere – barra – tristezza è che ti accorgi di non sentirti più Napoletano verace, non sei neanche Milanese ma di certo inizia l’insofferenza verso la tua città, i tuoi ex concittadini e tutto quello che fino a qualche mese fa era il tuo mondo. La consapevolezza di questo cambiamento avviene nell’istante in cui il primo amico o parente ti dice “mo’ nun fa o’ milanes!”

Ti siedi con gli amici a un aperitivo e ti sale un mal di testa poiché stanno tutti ad urlare, al sud (e non capisco ancora il perché) hanno tutti un tono di voce altissimo, urlano, mi accorgo che solo ora me ne rendo conto, ora che mi assordano, che mi stupeteano (rimbambiscono in italiano) ora che non riesco a sentire il mio vicino al tavolo. Non vedo l’ora di andarmene e di tornare a casa a mangiare, del resto si è fatta “la una”. Torni a casa e ti accorgi che tutto è fermo, sui fornelli non bolle nulla, la cucina è pulitissima e tua madre è appena tornata da fare la spesa e tu le chiedi.. mamma quando si mangia? Ed è allora, solo allora che ti rendi conto di essere diventato un Polentone, quando tua madre guardandoti stupita ti risponde: “tra poco.. verso le 14/ 14 e 30”!

La prima volta che arrivai a Milano fu durante il periodo, ahimè famigerato, dello scandalo (ennesimo) dei rifiuti in Campania.Con l’amarezza nel cuore ma certo delle mie scelte, presi quel treno che prima di me tantissimi altri miei concittadini, sin dal dopoguerra, non cessano di prendere: il treno Napoli Milano, che, per mia fortuna, oggi ha ridotto la distanza tra le due capitali (del Regno delle due Sicilie l’una e del lavoro e della moda l’altra) a sole 5.30 ore!

SACCHETTI E SACCHETTE

Per mia fortuna Milano mi apparve sin da subito, già dalla piazza della stazione, di una bellezza che solo un meridionale riesce a vedere! Non la città grigia, triste e nebbiosa (la nebbia c’è ma non si vede – Totò e Peppino saltano subito alla memoria) che appare nell’immaginario collettivo del meridionale, ma una città limpida, elegante, con i palazzi messi a nuovo, le strade ordinate e pulite, e con il sole che da sempre ci era stato insegnato baciare solo il Vesuvio!

Dopo un po’ che giravo per la città una domanda mi è sorta spontanea: ma dove sono i cassonetti della “munnezza”? gira e rigira non li ho mica trovati.. che se la mangeranno i milanesi la spazzatura?? Solo dopo, a seguito di adeguate domande e soprattutto una volta trasferitomi, ho scoperto che a Milano non solo esiste davvero la raccolta differenziata ma, soprattutto, che viene seguita e funziona! Ogni palazzo ha nel suo cortile vari bidoncini dove tutti i condomini ripongono servizievolmente le loro carte, plastica fino ai rifiuti organici!

Lo so che questo per un milanese è solo civiltà ma per un napoletano è avanguardia pura!!!

ERMENEUTICA SIMBOLICA DELL’OPERA D’ARTE:
LA PUBBLICITÀ
L’arte sin dalla sua nascita, che si perde negli albori della storia, o ancor prima, ha da sempre fatto uso di simboli, dalla pittura alla scultura, dall’architettura ai manoscritti, ovunque l’arte è imbevuta di icone e simboli che servono a rendere comprensibile al maggior numero di persone cio’ che esse rappresentano; questo aspetto didattico dell’opera d’arte divenne un’aspetto fondamentale per le religioni, in particolare il cristianesimo ed il potere in generale(sia quindi spirituale che temporale). I simboli attinti dai pittori servono a comprendere a pieno un’opera(spesso, per quanto riguarda le opere più antiche, la chiave di lettura è andata persa) e il messaggio che essa racconta; senza l’interpretazione di questi codici, lo spettatore non è in grado di riconoscere quello che esse vogliono comunicare.
Le opere d’arte, molto spesso sono state usate non solo per insegnare(valore didattico), come nel caso del cristianesimo, ma anche per influenzare o imporre(valore politico), come nel caso della potere, sia esso spirituale che temporale; la politica infatti ha da sempre “piegato” l’arte per il suo scopo con un’insieme di simbologie che ne rappresentavano la forza, le virtù del casato, i valori civili ma anche il possibile futuro prospettato ai sudditi. Questo tipo di arte puo’ essere chiamata, a ragione, di propaganda; arte che ancora oggi è di grande importanza e largamente presente nel nostro panorama artistico anche se sono cambiate le tecniche ed i materiali: dalla tela alla pellicola, dall’affresco al manifesto.
Attualmente l’arte che, più di tutte, fa largamente uso di icone e simboli è la pubblicità nelle sue numerose forme: stampata, fotografica, televisiva e virtuale in una parola “verbo-visiva”.
Che la pubblicità sia una forma d’arte è cosa ormai accettata da quando una bellissima serie di cartelloni che pubblicizzavano il famoso locale parigino: Moulin Rouge contribuirono a rendere Touluse Lautrec uno dei maggiori pittori francesi dell’ottocento.
Come arte, quindi, la pubblicità è comunicazione e come tale fa largo uso di simboli che con la pubblicità si trasformano nella “merce” stessa: la pubblicità trasforma il prodotto in un simbolo “il marchio”, ed esso in un simbolo di “qualcosa” spesso legata al sociale, alla vita di tutti giorni e in particolare, dal periodo post industriale, legato all’idea di benessere e felicità e che spesso si identifica in uno stile di vita e nel “simbolo” di un estrazione sociale evidenziato dal termine stesso usato dagli americani: “Status Symbol”.
Come nell’arte antica, in particolare quella sacra, i somboli usati dai pubblicitari sono svariati a seconda delle epoche, del pubblico a cui il messaggio è rivolto, del periodo economico, del tipo di potere, delle religioni, del livello di tolleranza verso le varie forme di “diversità” con la caduta dei vari tabù etc. in una parola: attualità.
Proprio per la vastità del repertorio simbolico preferisco prendere in esame solo uno di questi simboli e indicando una delle chiavi per una lettura ermeneutica-simbolica dell’arte pubblicità: la famiglia.
Al giorno d’oggi siamo tempestati da messaggi pubblicitari in tutte le sue forme e non facciamo attenzione di come essa, la pubblicità, non faccia altro che imitarci e cambiarci; parte da quello che siamo (la società/la persona) per indicarci quello che dobbiamo essere e di cui abbiamo bisogno e che diventeremo(la società/persona di domani). La pubblicità è uno specchio della nostra società che più o forse meglio della storia puo’ servire a capire una generazione, un popolo, una nazione etc. la famiglia, a mio avviso, è uno dei simboli più importanti in quanto alla famiglia, sin dall’antichità, si è dato un certo peso ed è, o meglio era, la famiglia a rappresentare la base della società, di un popolo, di una nazione.
La famiglia presa in esame è, la famiglia dell’epoca moderna, dal dopoguerra ad oggi attraverso appunto lo studio della pubblicità ed in particolare della campagna della Barilla per i prodotti Mulino Bianco.